Pubblicato da Andrea Ramoni ● 22 ottobre 2020

Lite Temeraria tra Falsi Miti e Verità

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In caso di contestazione infondata, l'essere risarciti dall'Agenzia delle Entrate o dal funzionario è il sogno di molti. Ma è davvero possibile arrivare a tanto? La risposta è "sì", ma non è facile come a dirsi. In questo articolo racconto di un caso di studio in cui la richiesta di risarcimento, avanzata nel ricorso introduttivo, ha portato all'annullamento dell'avviso di accertamento in soli nove giorni, dopo mesi di inascoltate richieste.

La responsabilità

Cerchiamo innanzitutto di inquadrare giuridicamente la questione, partendo da un principio codicistico: qualunque fatto doloso o colposo, che cagiona ad altri un danno ingiusto, obbliga colui che ha commesso il fatto a risarcire il danno. Tanto recita l'art.2043 c.c., rubricato "Risarcimento per fatto illecito". Da qui in avanti, però, le cose si complicano, poiché l'applicazione pratica della norma al rapporto "Agenzia Entrate - Contribuente" evidenzia più di qualche criticità.

In termini generali, possiamo senza dubbio affermare che a detta responsabilità non sfugga nemmeno l'operato del funzionario pubblico che ha emesso l'atto impugnato. Tuttavia, affinché un avviso di accertamento - dichiarato illegittimo dal giudice tributario - possa definirsi anche illecito, è necessario che il funzionario medesimo abbia agito con colpa.

Le difficoltà pratiche

Come si può immaginare, la colpa deve essere dimostrata dal contribuente che decida di invocarla per ottenere il risarcimento del danno. E ciò non è facile.

Qui dovrei soffermarmi su principi di diritto, di molto interesse in altre sedi e che magari approfondirò in un ulteriore contributo. Per ragioni di brevità, preferisco quindi offrirvi la sola idea di quali siano i limiti cui soggiace l'attività dell'Agenzia delle Entrate, descrivendovi un caso pratico.

Di recente, mi sono infatti imbattuto in una contestazione palesemente illegittima nonché viziata, se non da mala fede, da una macroscopica imperizia addebitabile a chi l'aveva posta in essere. Senza addentrarmi nei dettagli, un imprenditore si è visto notificare un avviso di accertamento di oltre 200 mila euro a fronte di una proposta di definizione, ricevuta pochi giorni prima, nell'ordine di una manciata di migliaia di euro. 

A breve vi dirò come è andata a finire.

La lite temeraria

Prima occorre però ricordare che a norma dell'art.96 c.p.c. "se risulta che la parte soccombente ha agito o resistito in giudizio con mala fede o colpa grave, il giudice, su istanza dell'altra parte, la condanna, oltre che alle spese, al risarcimento dei danni, che liquida, anche d'ufficio, nella sentenza (...) In ogni caso, quando pronuncia sulle spese ai sensi dell’articolo 91, il giudice, anche d’ufficio, può altresì condannare la parte soccombente al pagamento, a favore della controparte, di una somma equitativamente determinata". Detto principio è applicabile anche al processo tributario. 

Attenzione però: la norma non opera un distinguo, dunque anche il contribuente che dovesse impugnare un atto legittimo, è tenuto al risarcimento se animato da mala fede o colpa grave. Tuttavia, lato Amministrazione finanziaria, un'eventuale sentenza di condanna potrebbe aprire scenari tali da identificare ipotesi di danno erariale, imputabile al funzionario agente e all'Ufficio. Circostanza, questa, particolarmente temuta.

Torniamo al caso di prima

Nell'atto introduttivo del processo tributario, è stata data evidenza documentale di tutto l'iter della fase di contraddittorio e di come una proposta di definizione, fondata sul riconoscimento della validità delle prove addotte, sia stata di lì a poco smentita con l'emissione di un avviso di accertamento, la cui parte motiva argomentava proprio sull'infondatezza delle medesime prove. Per tale ragione, al Giudice veniva richiesta anche la condanna ex art.96 c.p.c.

Ad ogni modo, dopo nove giorni dalla notifica del ricorso, l'atto è stato annullato dall'Ufficio, tramite un provvedimento di autotutela.  

La giurisprudenza ad oggi

Esiste, ma non è molta.

Meritano a mio avviso di essere richiamate, ancorché risalenti nel tempo, due pronunce:

  • la Sent. Cass. 1055/1973, che ha affermato il principio per cui è il funzionario che emette il provvedimento finale che si assume la responsabilità dell'atto illegittimo, per inadempimento colpevole;

  • la Sent. Corte Costituzionale 2/1968, dalla quale rinveniamo il principio per cui, se è responsabile il funzionario, lo è anche lo Stato (dunque l'Amministrazione finanziaria), pur con limiti diversi.

In un passato più recente, la Corte di Cassazione ha precisato che la responsabilità dell'Ufficio si affianca in maniera diretta a quella del funzionario che ha emesso l'atto illecito (Sent. 2089/2008).

Conclusioni

L'argomento è delicato e deve essere "maneggiato" con estrema accuratezza, senza lasciarsi andare a facili entusiasmi. La finalità di questo contributo è unicamente quella di sensibilizzare il lettore su un tema interessante e ribadire un concetto che non mi stancherò mai di affermare: l'attività di difesa, se programmata e presidiata sin dalle prime fasi della verifica, aumenta decisamente le possibilità di successo.

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Se hai ricevuto un PVC o un avviso di accertamento, se sei ancora in tempo per impugnarlo oppure non sei persuaso della strategia difensiva sino a qui adottata, contattami per un parere senza impegno. Sarò lieto di aiutarti.

Nel frattempo, qui in calce trovi una Guida gratuita, con qualche utile suggerimento.

 
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Categorie: Litigation, lite temeraria, risarcimento danno

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